1997 vs 2017 – Due terremoti a confronto

Da: Il Corriere Adriatico del 24 febbraio 2016
ANCONA Il 15 ottobre del ‘97 un operaio della Merloni Elettrodomestici di Melano si vide consegnare le chiavi di una casetta incemento armato da 44 mq, già arredata e con gli allacci pronti. Erano passati 19 giorni delle due forti scosse del 26 settembre, di magnitudo 5.7 e 6, che avevano inaugurato la sequenza del terremoto di Marche e Umbria, quello dei morti nel crollo della basilica di Assisi, degli anziani sepolti dalle macerie a Cesi di Serravalle e Fabriano, dei borghi devastati tra le provincie di Macerata, Ancona e Perugia. E a metà novembre, neanche due mesi dall’inizio dell’emergenza, a Fabriano, tra le città più colpite, era già pronto il Villaggio Agnese (dal nome di Agnese Ciccacci, l’unica vittima fabrianese del terremoto) un campo container capace di ospitare 250 famiglie in un’area urbanizzata dal comune in zona Santa Maria. Altre sei casette in cemento vennero inaugurate il 23 dicembre da Vittorio Merloni e consegnate ad altrettanti dipendenti della Merloni Elettrodomestici, nell’area vicina al palasport, per consentire alle famiglie degli operai di stare accanto allo stabilimento di Santa Maria. Sempre in un’area urbanizzata dal Comune, che ne attrezzò nove, tutte pronte dal 15 al 26 ottobre fra il centro e le frazioni montane.

Procedura centralizzata
Tempi che sembrano accelerati come in un time-lapse, quei filmati in cui la realtà scorre a ritmi vorticosi, rispetto alla quotidianità rallentata dei terremotati marchigiani di oggi, che a sei mesi esatti dall’inizio dell’emeregnza aspettano ancora la prima casetta.
Cos’è cambiato, in peggio, in questi vent’anni trascorsi fra un terremoto e l’altro? «È cambiata in peggio la congiuntura economica, ma anche l’organizzazione del post terremoto, che ora è centralizzata e più macchinosa», spiega l’ex sindaco di Fabriano Roberto Sorci, che all’epoca del terremoto, come ora, lavorava alla Merloni (ora Whirlpool) ma poi da primo cittadino si trovò a gestire la ricostruzione.
A Fabriano il post emergenza fu affrontato da due organizzazioni parallele, che lavorarono in tandem: quella pubblica, con Regione, Provincia e Protezione civile, e quella privata, con la Merloni Elettrodomestici capace di destinare alle popolazioni terremotate un miliardo e mezzo di lire, non solo per aiutare i propri dipendenti, sistemati in casette e roulotte, ma anche per potenziare le infrastrutture delle telecomunicazioni e addirittura dotare tutti i vigili del fuoco della provincia di cellulari per essere reperibili. L’esempio più visibile di questo doppio binario fu il Villaggio Belvedere,con i container della Protezione civile accanto alle otto casette di legno commissionate da Merloni per i dipendenti, il tutto su un terreno urbanizzato dal Comune.

Il ruolo delle aziende
«Allora per fortuna l’economia continuò a tirare e le principali aziende fabrianesi non subirono danni – ricorda l’ingegner Sorci – Il venerdì ci fu il terremoto e il lunedì eravamo tutti operativi. Questo ha consentito un impegno diretto degli imprenditori per il rilancio del territorio». Ma anche la catena delle decisioni funzionava senza intoppi. «L’urbanizzazione delle aree fu veloce perché si sapeva bene cosa fare – spiega l’ex sindaco di Fabriano – Decidi e fai. Nella catena di comando c’era chiarezza, sia con il sottosegretario della Protezione civile Barberi che con Bertolaso e c’era sinergia tra pubblico e privato. E i parlamentari umbri e marchigiani fecero fronte comune arrivando all’approvazione della legge 61 del ‘98. Oggi sembra una Babele, la verità è che non ci sono le risorse, fanno fatica anche a sostenere l’impatto della busta paga pesante».
Anche nel Maceratese si fece in fretta. «Nel ‘97 decidevamo noi sindaci e avevamo un rapporto immediato e diretto con le istituzioni regionali e nazionali», ricorda Venanzo Ronchetti, ex sindaco di Serravalle del Chienti. «Tutto era molto più semplice – spiega -, non come oggi con schede Aedes, Fast che fanno confusione. All’epoca lo Stato diede sino a 60 milioni di lire per le case danneggiate, la ricostruzione totale per quelle distrutte e nulla per le abitazioni agibili. Dopo due mesi dal sisma siamo riusciti a far installare i container. Poi, già nell’agosto 1998 ricordo iniziarono le opere e pochi mesi dopo 6/7 famiglie del mio comune rientrarono nelle loro case. Avevamo in Barberi e D’Ambrosio, ma anche negli assessori Di Odoardo e Silenzi, persone sempre disponibili». Ronchetti ricorda che le popolazioni «venivano fatte partecipi di ogni passaggio attraverso assemblee pubbliche».

Conti: non c’era burocrazia
Chi ha vissuto sia il sisma del ‘97 che questo è Mauro Falcucci primo cittadino di Castelsantangelo sul Nera. «La ricostruzione del 1997 fu impostata su base regionale – spiega Falcucci – con dei riferimenti precisi e diretti che erano il capo della Protezione civile, Barberi, e i due presidenti di Marche e Umbria, commissari alla ricostruzione. Dunque contatti diretti, procedure più snelle e rapide».
Dario Conti fu primo cittadino di Camerino nella fase della ricostruzione post sisma ‘97. «La burocrazia all’epoca non era di casa nei nostri territori – spiega- perché c’era uno schema chiaro e dei punti di riferimento. Da un lato il capo della Protezione civile, dall’altro il commissario per la ricostruzione impersonato dal presidente della Regione. Proprio grazie a quella ricostruzione, oggi, non abbiamo pianto tanti morti come ad Amatrice e Arquata. Salvo dire che, ciò che stavolta è crollato sono per gran parte beni monumentali e chiese restaurate dalla Sovrintendenza». Anche le stalle d’emergenza, che oggi gli allevatori ancora aspettano, arrivarono in fretta. «Neanche un mese e mezzo dopo il sisma», ricorda Stefano Angeli, allevatore di Pieve Torina.

Mauro Giustozzi
Lorenzo Sconocchini

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